Una fonte mainstream quale il Bloomberg dichiara ufficialmente morto il sogno americano di imporre il proprio sistema di controllo mondiale. La Russia, dopo essersi ripresa dal crollo dell’Unione Sovietica, assieme a una nuova potenza come la Cina, sono sfuggite alla guida statunitense creando poli alternativi di influenza. Naturalmente Bloomberg assume un punto di vista assolutamente favorevole e roseo sul nuovo ordine mondiale pacifico e collaborativo che gli Stati Uniti avrebbero tentato di perseguire e considera negativamente la sua fine, gettandone la responsabilità sull’autoritarismo e le mire di potenza di Cina e Russia. In sostanza però questa rinuncia ufficiale all’ambizione di integrare questi paesi sotto l’impero americano non significa pace: secondo Bloomberg la conseguenza sarà che gli USA dovranno impegnarsi in maniera sempre più aggressiva a difendere militarmente l’impero americano finora consolidato. 

di Hal Brands, 27 settembre 2017

La politica estera americana ha raggiunto uno  storico punto di svolta, e qui è la sorpresa: non ha molto a che vedere con l’estenuante e controversa presidenza di Donald Trump.

Per circa 25 anni dopo la fine della Guerra Fredda uno dei temi dominanti della politica USA è stato quello di condurre uno sforzo per globalizzare l’ordine liberale internazionale che originariamente aveva preso piede nei paesi occidentali a seguito della Seconda Guerra Mondiale. Il governo di Washington sperava di riuscire a integrare in esso i potenziali avversari del sistema, vale a dire la Russia e la Cina, in modo così profondo che non avessero più motivo o desiderio di mandare all’aria quel sistema. L’obiettivo era di spingere tutte le maggiori potenze mondiali, tramite incentivi economici e diplomatici, verso un sistema nel quale esse si ritenessero soddisfatte, e dove gli USA e i suoi valori avrebbero regnato supremi.

Era un’ambizione esaltante, basata sull’idea che Russia e Cina si stessero avviando definitivamente sul sentiero della liberalizzazione politica ed economica, e che alla fine avrebbero potuto definire i propri interessi in un modo compatibile con quelli americani.

E tuttavia questo progetto si trova ora innegabilmente in una via senza uscita. Il nuovo obiettivo della strategia americana non è più quello di integrare le grandi potenze rivali in un vero ordine globale, ma solo di difendere il sistema internazionale attualmente esistente – sistema funzionante ma incompleto.

Questa conclusione può essere dura da accettare, perché si scontra con il grande ottimismo che aveva caratterizzato l’epoca successiva alla Guerra Fredda. Al termine del grande confronto tra le due superpotenze, la democrazia e il libero mercato si erano diffusi come incendi, i muri erano caduti e le divisioni geopolitiche stavano scomparendo.

Anche la Russia e la Cina – la prima una grande rivale geopolitica dell’America già da molto tempo, la seconda una superpotenza che si stava profilando all’orizzonte – stavano mostrando interesse per una maggiore cooperazione e integrazione con la comunità internazionale guidata dagli USA. Sembrava possibile che il mondo si muovesse verso un unico modello di organizzazione politica ed economica, verso un unico sistema globale guidato dall’America.

Promuovere un tale risultato era diventato la principale preoccupazione della politica estera americana. Gli USA cercavano di approfondire i legami diplomatici con la Russia di Boris Yeltsin e di incoraggiare le riforme democratiche e per il libero mercato, nonostante queste si scontrassero con il possibile revanscismo russo e l’instabilità europea dovuta all’espansione della NATO verso i paesi che prima appartenevano al Patto di Varsavia.

Allo stesso modo Washington perseguiva un obiettivo di “ampio coinvolgimento” della Cina, mirato a integrare Pechino verso l’economia globale e a incoraggiarla a prendere un ruolo più attivo nella diplomazia regionale e internazionale. L’idea era che una Cina più ricca sarebbe alla fine diventata una Cina più democratica, dato che la crescita della classe media avrebbe fatto pressione per delle riforme politiche. La politica americana di integrazione prevedeva al contempo di dare a Pechino una maggior partecipazione nell’ordine liberale allora esistente guidato dagli USA. Questo avrebbe dunque tolto ai leader cinesi il motivo di sfidare l’ordine esistente.

Come descritto dall’amministrazione del presidente Bill Clinton, questo approccio mirava ad “accogliere il desiderio di entrambi i paesi [Russia e Cina] di partecipare all’economia globale e alle istituzioni globali, insistendo che entrambe accettassero gli obblighi, così come i benefici, dell’integrazione“.

Questa strategia, riassunta dal vice-segretario di stato Robert Zoellick nel 2005 come “modello dell’azionista responsabile“, rifletteva l’ammirabile aspirazione a lasciarsi per sempre alle spalle le intense competizioni geopolitiche e ideologiche del ventesimo secolo. Tuttavia, come è diventato sempre più chiaro nel corso dell’ultimo decennio, prima in Russia e adesso in Cina, questo approccio era basato su due assunzioni che non hanno retto al confronto con la realtà.

La prima assunzione era che Cina e Russia si stessero davvero muovendo inesorabilmente verso uno stile occidentale di liberalismo economico e politico. Le riforme in Russia si sono arrestate alla fine degli anni ’90, nel mezzo della crisi economica e del caos politico. Nei successivi 15 anni Vladimir Putin ha progressivamente ristabilito un modello di governo caratterizzato da un autoritarismo politico sempre meno mascherato, e con una collusione sempre più stretta tra lo stato e i grandi interessi commerciali.

In Cina la crescita economica e l’integrazione verso l’economia globale non hanno portato a una automatica liberalizzazione politica. Il Partito Comunista al governo ha invece utilizzato i vertiginosi tassi di crescita economica come sistema per ottenere legittimazione e seppellire il dissenso. Negli anni recenti il sistema politico cinese è diventato anzi più autoritario, il governo ha assiduamente represso le richieste di diritti umani e l’attivismo politico indipendente, e ha raggiunto un potere centralizzato che non si vedeva da decenni.

La seconda assunzione era che queste potenze avrebbero potuto definire i propri interessi nel modo voluto dagli USA. Il problema qui è che la Russia e la Cina non sono mai state davvero disposte ad abbracciare l’ordine liberale americano, che enfatizzava idee liberali che avrebbero inevitabilmente minacciato i regimi dittatoriali, per non parlare dell’espansione della NATO verso quella che prima era la sfera di influenza di Mosca, e la persistenza delle alleanze e delle forze militari americane in tutta la zona dell’Asia orientale al confine della Cina. E così Pechino e Mosca hanno iniziato a ottenere o riguadagnare il potere di mettere in discussione quell’ordine mondiale, e hanno progressivamente iniziato a esercitarlo.

La Russia ha cercato, nell’ultimo decennio, di modificare l’ordine post-Guerra Fredda in Europa con la forza e l’intimidazione, in particolare con le invasioni della Georgia nel 2008 e dell’Ucraina nel 2014. Il governo di Putin ha lavorato anche per minare istituzioni chiave dell’ordine liberale, come la NATO e l’Unione Europea, e si è intromesso aggressivamente nelle elezioni e negli affari politici interni dei paesi occidentali.

La Cina, dal canto suo, è stata ben lieta di raccogliere i benefici dell’inclusione nell’economia globale, mentre cercava progressivamente di dominare la sua zona periferica sull’oceano, e di costringere e intimidire i vicini, come il Vietnam e il Giappone, e cercava di indebolire le alleanze USA nell’area del Pacifico.

I funzionari americani speravano che Mosca e Pechino si sarebbero infine sentiti soddisfatti dello status quo. Invece, come ha scritto Thomas Wright della Brookings Institution, si stanno comportando alla classica maniera revanscista.

L’era dell’integrazione è dunque finita, nel senso che non c’è più nessuna prospettiva realistica a breve termine di riportare la Russia o la Cina dentro un sistema guidato dall’America. Questo non significa, comunque, che l’America sia destinata alla guerra con la Russia e la Cina, o che debba cercare di isolare una o l’altra delle due potenze.

Nel bene o nel male, il rapporto commerciale tra America e Cina resta necessario per la prosperità americana e per la salute dell’economia globale. La cooperazione tra Washington e Pechino, e anche tra Washington e Mosca, è importante per poter affrontare le sfide diplomatiche internazionali come la proliferazione nucleare e il cambiamento climatico.

Ciò che questo significa, però, è che gli USA devono diventare al tempo stesso più duri e meno ambiziosi nel loro approccio alle relazioni con le grandi potenze e con il sistema internazionale. Meno ambizioni nel senso che dovranno mettere da parte l’idea che l’ordine liberale possa diventare davvero globale o possa coinvolgere tutte le maggiori potenze, almeno nel prossimo futuro. E devono diventare più duri nel senso di capire che serviranno sforzi maggiori per difendere l’ordine attualmente esistente dalla sfida rappresentata dalle potenze revisioniste.

Questo richiede di intraprendere passi difficili ma necessari, come quello di fare gli investimenti militari necessari per mantenere la potenza americana e la capacità di deterrenza nell’Europa dell’est e nel Pacifico occidentale, nonché sviluppare le capacità necessarie per contrapporsi alla coercizione cinese e alla sovversione politica della Russia verso i rispettivi vicini. Questo richiederà di raccogliere vecchi e nuovi alleati contro la minaccia posta dall’espansionismo russo e cinese. Soprattutto, significherà accettare l’idea che le relazioni tra le grandi potenze debbano entrare in un periodo di maggiore tensione e pericolo, e che la volontà di accettare maggiori costi e rischi sarà il prezzo da pagare per affrontare la sfida revisionista e proteggere gli interessi americani.

In breve, l’obiettivo di raggiungere un mondo completamente integrato non è più raggiungibile oggi. Riuscire a difendere l’ordine internazionale esistente che gli USA hanno costruito e guidato nel corso degli anni sarà una sfida – e un risultato – già più che sufficiente.

Fonte: vocidallestero.it