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1809“DAREMO 500 EURO A TESTA”. COSÌ LE PENSIONI ENTRANO NELLA CAMPAGNA ELETTORALE

– di Filippo Burla –

Dal buco miliardario nei conti pubblici alla campagna elettorale. Il passo non sembra immediato, ma il premier Matteo Renzi l’ha compiuto con agilità e disinvoltura. Ovvero:del come rigirare a proprio vantaggio la sentenza della Corte Costituzionale sullo stop all’indicizzazione delle pensioni, approfittando delle vicinissime scadenze elettorali.

“Nessun pensionato perderà un centesimo”, ha spiegato il premier, ospite dello studio di Massimo Giletti su Raiuno. Oggi è prevista la riunione del Consiglio dei ministri che si occuperà della faccenda. Renzi entra nel dettaglio delle misure che saranno varate per rispettare la bocciatura della Consulta: “Noi scriveremo una nuova norma rispetto al blocco dell’indicizzazione che il primo agosto rimetterà in tasca a quattro milioni di italiani 500 euro a testa“.

Questi quattro milioni sono quelli che percepiscono un assegno inferiore ai 3mila euro mensili. Per loro sarà destinato l’intero “tesoretto” da quasi due miliardi, che Renzi pensava di usare “per le misure contro la povertà” ma dovranno ora andare a ripianare il debito nei confronti dei pensionati.

I due miliardi  promessi non basteranno tuttavia per rimborsare l’intera perdita cumulata in questi anni. Il rimborso sarà quindi solo parziale, una generosa “una tantum” che viene annunciata giusto in tempo prima della tornata di amministrative che saranno un importante banco di prova di medio termine per il Pd. Viene fin troppo facile fare il parallelo con quanto successo esattamente un anno fa, quando con il varo del bonus Irpef dei celebri “80 euro” il premier riuscì a mettere abbastanza fieno in cascina per superare il 40% dei consensi alle elezioni europee.  «Chi guida un paese non può temere le elezioni», ha detto Renzi. Ha ragione: non può temerle, deve coglierne le opportunità.

Fonte: Il Primato Nazionale

 

RIMBORSO PENSIONI. IL GOVERNO PENSA ALLA TRUFFA

Un governo di truffatori si vede da certi dettagli. Come si fa a conciliare le cifre già dichiarate nel Def sul bilancio con la sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato la norma Fornero-Monti sulla mancata (o limitata) indicizzazione delle pensioni al di sopra di un certo livello? Semplice: si fa finta di rispettare la sentenza e si tagliano del 50% le somme dovute ai pensionati che percepiscono un assegno “cinque volte o più superiori al minimo”.



Quindi, in un colpo solo, il governo medita di fregarsene di una sentenza e di agire retroattivamente sulle pensioni.

Intanto facciamo un po’ di chiarezza. Le pensioni “cinque volte o più superiori al minimo” comprendono – certamente – anche le pensioni d’oro di personaggi come Giuliano Amato (un recordman, in questo settore) ed altri privilegiati che hanno seduto in consigli di amministrazione o sui banchi del Parlamento. Ma la maggior parte sono pensioni sotto i 2.000 euro al mese, praticamente quanto prende un insegnante con 42 anni di contributi. Quindi l’argomentazione populista va quantomeno differenziata a seconda che si tratti di “cinque volte il minimo” (2.500 euro lordi, meno di 2.000 netti) oppure “trenta o cento volte il minimo”.

La fucileria confusionaria era cominciata subito dopo la sentenza, ad esempio col sottosegretario Enrico Zanetti che ritiene logico sostenere che «Non rimborsare tutti è compatibile con la sentenza della Consulta»; anzi, è «impensabile restituire le indicizzazioni delle pensioni di molte volte superiori alla minima, per quelle più alte sarebbe immorale e il governo deve dirlo forte. Occorre farlo per le fasce più basse». Quando un governante fa il populista, la fregatura è dietro l’angolo. Ma sorge anche il sospetto che sia stato fatto sottosegretario un signore che non comprende il significato della massima “la legge è uguale per tutti”, e quindi considera una sentenza della Consulta poco più che un’opinione tra tante.

A dargli man forte, nelle ore successive, era stato resuscitato persino Mario Monti – autore con la Fornero del blocco sentenziato come incostituzionale – che si chiedeva retoricamente come mai la Corte non avesse tenuto conto di “altri limiti costituzionali come l’obbligo al pareggio di bilancio”. Obiezione interessante soprattutto perché illumina su come i trattati e i vicoli europei distruggano dall’interno la struttura giuridica e costituzionale dei paesi Ue, mettendo in contrapposizione continua “i conti” e i diritti acquisiti.

Davanti a questa mostra di indifferenza per la legge, la stessa Consulta si era sentita in dovere di spiegare che la sentenza 70/2015  vale  erga omnes ed è immediatamente applicativa. Per chiederne l’applicazione, in pratica non serve nemmeno presentare un ricorso: il gverno deve solo obbedire ed erogare la differenza indebitamente trattenuta per tre anni.

Alla fine il governo ha incaricato Pier Carlo Padoan di stendere l’ultimo velo di nebbia: «Stiamo pensando a misure che minimizzino gli impatti sulla finanza pubblica, soprattutto in questa fase, nel pieno rispetto della Corte». Botte piena e moglie ubriaca, nel migliore stile renziano. Poi ci hanno pensato alcuni giornali padronali, ben inseriti tra le teste fini del ministero dell’economia, a sciogliere il mistero sul come fare: basta tagliare il rimborso del 50% a tutti. Poi, se a qualcuno non sta bene, presentasse un altro ricorso alla Corte Costituzionale e si preparasse ad aspettare un’altra sentenza (tra due o tre anni).

Fonte: Contropiano

Tratto da: www.informarexresistere.fr

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