AMSTERDAM – L’Olanda si prepara alle elezioni generali di mercoledì, 15 marzo. L’appuntamento elettorale avrà però un risvolto non solo nazionale: si tratta della prima sfida di quest’anno per l’Unione europea, a cui seguiranno le elezioni in Francia e quelle in Germania, nonché i negoziati – ammesso mai vi saranno – della Brexit.

I sondaggi prevedono ottimi risultati il partito del leader nazionalista e anti-islam Geert Wilders, cioè il Partito per la libertà (Pvv), ma i due ex grandi partiti in corsa – popolari e socialisti che hanno perso il 50% del loro elettorato in due anni – si rifiutano di negoziare con lui per la formazione di un eventuale governo di coalizione, definendo le sue posizioni “incompatibili” con i loro programmi elettorali, il che renderà probabilmente complessi gli scenari post voto.

Sempre che il Partito della Libertà non travolta tutto e tutti e vinca con margini clamorosi, come alcuni sondaggi indicano.

L’Olanda, uno dei sei Paesi fondatori dell’Ue, la cui economia è cresciuta intorno al 2% nel 2017 e il cui indice di disoccupazione scenderà fino al 5,2% della popolazione attiva, secondo le previsioni è diventato un potenziale agente destabilizzatore dell’Unione europea.

Non tanto perché Wilders – strenuo sostenitore della de-islamizzazione del Paese e della cosiddetta ‘Nexit’, cioè dell’uscita dell’Olanda dall’Ue – abbia come ha ottimi risultati nei sondaggi e dopo domani nelle urne. Piuttosto il voto olandese potrebbe essere fonte di destabilizzazione dell’Ue perché i risultati potrebbero creare un effetto ‘palla di neve’ che potrebbe trascinare anche gli elettori francesi alle presidenziali di primavera, dando magari una spinta elettorale decisiva alla leader del Front National Marine Le Pen.

Quanto al terzo appuntamento elettorale europeo dell’anno, le elezioni del 24 settembre in Germania, non è assicurata la vittoria della cancelliera tedesca Angela Merkel che tenterà il rinnovo dopo 12 anni in carica in quanto i sondaggi danno al momento avanti il principale rivale, il socialdemocratico Martin Schulz, europeista convinto.

Ma, nonostante il partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) non superi al momento il 10%, per quando si andrà alle urne Bruxelles sarà immersa nei negoziati sulla Brexit, con effetti difficilmente prevedibili.




In Olanda il premier liberale Mark Rutte, che attualmente guida un governo di coalizione insieme ai laburisti del PvdA, ha annunciato che le sue preferenze sarebbero per una coalizione con il partito Democratici 66 (D66) e Appello cristiano democratico (Cda). “Wilders, ovviamente, non finirà lì”, cioè nella coalizione, ha detto Rutte, che è il leader del Partito popolare per la libertà e la democrazia (Vvd).

Dal canto suo Wilders promette battaglia: “Non si possono voltare le spalle a 2,5 milioni di elettori. Se questo avviene, guiderò una rivoluzione nelle strade. È antidemocratico”, ha ribattuto il leader nazionalista. Nonostante secondo alcuni sondaggi di area di sinistra nelle ultime settimane il sostegno al suo partito di destra Pvv sia sceso, in altre rilevazioni indipendenti Wilders continua a essere in testa nelle intenzioni di voto, seguito dal partito di Rutte, e potrebbe ottenere dal 25% fino al 40% dei voti, cioè fra 27 e 60 seggi sui 150 da cui è composto il Parlamento.

Mentre Democratici 66 e Cda a cui guarda Rutte, sempre stando ai sondaggi, otterrebbero rispettivamente 18 e 16 seggi. Porta chiusa a Wilders, naturalmente, anche dai laburisti del PvdA e dal Partito socialista (Ps), che hanno scelto come eventuali partner di governo i verdi di GroenLinks.

Il PvdA, secondo i sondaggi potrebbe perdere fino a 25 seggi, a vantaggio proprio del Pvv e dei socialisti. Per Wilders, dunque, le uniche opzioni resterebbero Unione cristiana e 50Plus, quest’ultimo partito più concentrato sui diritti degli anziani. “Immaginate se otteniamo 30, 40 o 50 seggi e ci voltano le spalle. Non sto minacciando nessuno di cose pericolose, ma mi piacerebbe occupare Malieveld”, ha detto Wilders riferendosi al campo in cui si tengono le principali proteste all’Aia.

Per i sondaggi, dopo il 15 marzo ci sarebbe bisogno di una coalizione fra cinque o sei partiti per garantire una legislatura in grado di governare nei quattro anni successivi, cioè una ammucchiata “cani e porci”.

Ma si fanno sempre più insistenti le voci che dubitano che Wilders cercherà realmente di diventare premier e ipotizzano un eventuale appoggio tattico a un futuro esecutivo, come già ha fatto fra il 2010 e il 2012, bloccando diversi progetti di legge.

Il fattore che va tenuto in considerazione, tuttavia, è quello della fallibilità dei sondaggi, ricordando che gli istituti demoscopici non erano riusciti a prevedere la vittoria della Brexit né, dall’altra parte dell’Atlantico, la vittoria di Donald Trump contro la democratica Hillary Clinton nella corsa per la Casa Bianca.

Ad ogni modo, il 15 marzo sera chi è debole di cuore eviti di guardare la tv…

FONTE IL NORD

Tratto da: www.stopeuro.org

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