Finalmente anche il Financial Times è costretto ad occuparsi del dibattito italiano sulla permanenza del Bel Paese nella moneta unica. E lo fa nella maniera giusta: intervistando l’economista indipendente riconosciuto come il più titolato ad esprimersi sull’argomento.  D’altra parte, gli euristi più puri, in genere compresi nelle file del Partito sedicente Democratico, non potendo più negare che la moneta unica rappresenti un problema enorme per l’Italia, tentano di ignorare la questione, ben consapevoli che iniziare a parlarne significherebbe aumentare enormemente le probabilità di un’uscita dell’Italia dall’euro.

 

Di James Politi, 16/03/2017

Traduzione di @MalachiaPaperoga

Questa settimana Alberto Bagnai, professore all’Università di Pescara e autore del blog Goofynomics, ha fatto una richiesta provocatoria: gli Stati Uniti dovrebbero promuovere uno smantellamento controllato dell’euro.

Smantellare l’euro non sarà privo di costi, ma saranno costi comunque inferiori a quelli che comporta l’alternativa, ovvero una stagnazione prolungata dell’economia europea e quindi mondiale, oltre al rischio crescente di una grave crisi finanziaria” ha scritto Bagnai.

Queste idee hanno reso il prof. Bagnai uno dei pochi euroscettici del mondo accademico italiano.  I suoi detrattori  sostengono che Bagnai sia a capo di un “piccolo gruppo” con idee “particolari”. Ma il prof. Bagnai crede che l’idea che l’Italia dovrebbe abbandonare l’euro – infliggendo probabilmente un colpo fatale alla moneta unica – stia guadagnando consensi.

Sono sette anni che ripeto questi concetti, e poco alla volta stanno diventando parte del mainstream” dice Bagnai. “L’Italia è in rovina e le potenze egemoni – Francia e Germania – se la stanno comprando pezzo per pezzo. Si tratta quasi di una colonizzazione”.

Molti economisti italiani, funzionari del governo e dirigenti aziendali sono stati convinti sostenitori dell’euro. Anche l’opinione pubblica è ancora favorevole: i sondaggi suggeriscono che la maggioranza preferisce rimanere nella moneta unica nonostante i crescenti dubbi sulla UE  nel suo complesso.

Ma d’altra parte, non c’è dubbio che le cose a Roma stanno cambiando e che il dibattito sul futuro dell’Italia all’interno dell’unione valutaria o su una possibile “Italexit” guadagna consensi a un ritmo che i sostenitori dell’euro considerano allarmante.

Ultimamente gli scenari di Italexit vanno di moda, ma mi danno i brividi”, ha detto sabato Pier Carlo Padoan, Ministro delle finanze italiano, aggiungendo che coloro che  promuovono l’uscita “non hanno idea del danno economico, sociale e culturale che infliggerebbe ai nostri cittadini”.

Il dibattito sul futuro dell’euro in Italia riflette quello negli altri Paesi europei, dove i politici anti-euro si sono costruiti una solida base di consensi. Il populista olandese Geert Wilders ha presentato alle elezioni olandesi di mercoledì una piattaforma che prevede l’uscita dall’euro, mentre Marine Le Pen ha dichiarato che, se venisse eletta Presidente, porterebbe il Paese fuori dalla moneta unica.



In Italia a gennaio si è creata una grande frenesia  quando la banca di investimenti Mediobanca ha pubblicato un rapporto che analizzava l’impatto dell’Italexit sulle finanze pubbliche italiane. L’autore, Antonio Guglielmi, concludeva che anche se negli ultimi anni sarebbe stata possibile un’uscita poco penalizzante, questa opportunità è ormai sfumata a causa della mutata struttura del debito italiano. “Qualunque fosse l’incentivo ad uscire, ormai è troppo tardi”.

Nonostante questa conclusione, il rapporto è stato accolto favorevolmente negli ambienti euroscettici in quanto rappresenta un segnale del fatto che una possibile uscita è ormai sul tavolo e viene discussa seriamente.

 

 

Sul fronte politico, il tema dell’euro sta guadagnando posizioni nell’agenda politica. Sia il populista Movimento Cinque Stelle, che in Italia è in testa ai sondaggi, sia lo schieramento di estrema destra della Lega Nord, hanno proposto un’uscita dalla moneta unica, mentre il partito di centro destra di Berlusconi, Forza Italia, che è quarto nei sondaggi, ha proposto di introdurre una moneta parallela. Solo il Partito Democratico (PD) di centro sinistra, attualmente al governo, vuole ancora difendere l’adesione all’euro in vista delle prossime elezioni generali, che avverranno nel giro di un anno.

Filippo Taddei, responsabile economico del PD e professore alla SAIS Europe, pensa che ogni discussione sull’uscita dell’Italia dall’euro sia “un dibattito imbarazzante”, in cui coloro che la propongono si muovono su “un terreno molto incerto”. Ma anche lui pensa che sia venuto il momento di discuterne, visti gli sviluppi.

L’euro è un bersaglio facile. La gente che appartiene alla classe media, tradizionale e ragionevole, sta iniziando a chiedersi ‘cosa succederebbe se uscissimo?’ dice il prof. Taddei.  “Lo vedo, me ne rendo conto.

Coloro che sostengono che l’Italia dovrebbe uscire dall’euro approfittano della grande delusione della gente riguardo ai danni economici inflitti da una lunga recessione e una ripresa insoddisfacente, e sostengono che solo un ritorno alla sovranità monetaria consentirà all’Italia di liberarsi dai vincoli burocratici e di bilancio imposti dalla UE e dalla BCE. Esiste anche una certa nostalgia per le strategie di svalutazione che per decenni nel periodo pre-euro hanno mantenuto l’Italia competitiva.

Ma i sostenitori dell’euro dicono che l’importante svalutazione che seguirebbe all’introduzione di una nuova moneta italiana porterebbe a una spirale inflazionistica, a tassi di interesse più alti e a una contrazione dei salari reali. “Diventeremmo competitivi, certo, ma a discapito dei salari” sostiene Taddei, aggiungendo che le famiglie a più basso reddito soffrirebbero più delle altre dell’aumento dei prezzi.

Danneggerebbe anche il valore reale dei risparmi delle famiglie, cosa che potrebbe portare le famiglie a trasferire i propri conti all’estero, innescando forse una crisi bancaria. Tale crisi potrebbe essere aggravata dal rialzo dei rendimenti delle obbligazioni, che aumenterebbe la pressione sul debito italiano ai livelli dell’euro-crisi del 2011-2012. Ma Bagnai contesta le premesse di una svalutazione di tale portata, dicendo che sarebbe minima e non porterebbe necessariamente a una compressione dei salari. E anche se lo facesse, non si tratterebbe del male peggiore.

In questo momento le persone sono disoccupate, e il loro salario è pari a zero, quindi la cosa importante non è quello che succede al loro salario. Il vero problema è se possono ricominciare a lavorare o no”, dice Bagnai, aggiungendo che se ci fosse una recessione in uno scenario “traumatico” di uscita, essa sarebbe seguita da una rapida e vivace ripresa.

Il punto importante, per Bagnai, è che finalmente l’uscita dell’Italia non è più un tabù. “Coloro che si rifiutano di parlarne non stanno facendo un buon servizio al loro Paese”, dice Bagnai.

Ma il rischio che avvertono i sostenitori della moneta unica in Italia è che il dibattito potrebbe auto-ingigantirsi. “Quello che al momento è un evento con probabilità estremamente bassa, potrebbe diventare una profezia che si auto-avvera ancor prima che avvenga un cambiamento politico” dice Lorenzo Codogno, ex capo economista del Ministero delle finanze italiano e ora presso la società di ricerca LC MacroAdvisers con sede a Londra. “Secondo me, la probabilità dell’Italexit rimane bassa – meno del 5% – ma sta aumentando”.

Fonte: vocidallestero.it

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