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Salvare le banche attingendo ai risparmi degli obbligazionisti subordinati e dei correntisti sopra i 100mila euro? SecondoClaudio De Rose, presidente onorario e procuratore generale emerito della Corte dei conti, che ha pubblicato sul sito formiche.net un’analisi del decreto sul cosiddettobail-in, la misura sarebbe “del tutto incostituzionale”.

Il contrasto principale, secondo il magistrato, sarebbe con l’articolo 47 della Costituzione, il quale recita: “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme”. E’ evidente, spiega De Rose, che “la conversione forzosa in azioni di minor valore e, ai titolari di conti correnti che superano i 100.000 euro” rappresenta “un prelievo forzoso addirittura senza contropartite”. Una norma del genere, chiosa, “né incoraggia né tutela il risparmio”, contravvenendo quindi al dettato della Carta. Ma non solo: “Sotto quest’ultimo aspetto, è palese anche l’illegittimità ex art.3 Cost. della norma a carico dei depositanti per disparità di trattamento rispetto agli azionisti e agli obbligazionisti, che almeno una contropartita, sia pure in perdita, ce l’hanno”. Il bail-in si configura quindi come “un vero e proprio esproprio senza indennizzo e non motivato da un interesse generale ma al dichiarato fine di soccorrere specifici soggetti privati, per cui è chiarissimo il contrasto con l’art.42, in base al quale la proprietà privata può essere espropriata salvo indennizzo e solo per motivi di interesse generale”.

Non valgono, spiega De Rose, nemmeno le giustificazioni addotte, le quali risultano “inconsistenti e contraddittorie e il marchingegno, oltre ad essere iniquo, è anche ingiusto perché mette nei guai i risparmiatori italiani abolendo l’aiuto pubblico alle banche mentre, in precedenza, i risparmiatori di altri Paesi ne hanno ampiamente goduto”. Su questo punto il magistrato spinge ancora: “Un gran numero di banche degli Stati membri – spiega infatti De Rose – ha usufruito di aiuti pubblici e che, quindi, negarli ora alle altre banche in difficoltà significa violare il principio della par condicio nella concorrenza e nel libero mercato“. Un principio che la Commissione è sempre pronta ad utilizzare quando si tratta di fare pressioni (indebite) nei confronti dei governi nazionali – si veda alla voce Ilva – ma che in questo caso, di fronte all’Italia che è stata peraltro fra i paesi che meno han concesso capitali agli istituti di credito, non viene nemmeno preso in considerazione.

Filippo Burla


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