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Alla raccolta firme per uscire dall’euro avviata dal M5S hanno già aderito più di cinquantamila cittadini: una cifra considerevole che dimostra la crescita di un fronte sempre più variegato e incandescente nei rapporti tra Italia e Ue.

L’euro è il dito – dice Grillo – ma la Ue è la luna, la sua parte nascosta, di cui si sa poco o nulla. È un club Med per trombati. Prosegue: L’italiano è più a conoscenza dei dibattiti del Senato americano che delle decisioni prese a Bruxelles. I partiti italiani usano quell’istituzione come un alibi, alla bisogna, quando serve, come per la Tav in val di Susa, che in realtà non vuole più nessuno, oppure la ignorano completamente, come avviene per il falso in bilancio e la legge anti-corruzione.




Approfondiamo la posizione del Movimento Cinque Stelle sul referendum anti-euro, con intervista di La Voce della Russia al consigliere regionale Mauro Campo, che ha a lungo lavorato all’estero nel settore dell’automazione industriale, per poi tornare in Piemonte per occuparsi di infrastrutture informatiche e infine fondare il primo Meetup di Cuneo nel 2006.

– Come nasce la raccolta firme contro l’Euro?

– Sin dal lontano 2001, quando entrò in vigore la moneta unica, si sarebbe dovuto chiedere l’opinione degli italiani su una scelta così importante. Il cambio fisso, la bassa inflazione e gli evidenti squilibri tra gli Stati membri stanno uccidendo gli italiani. Il M5S ha studiato il problema e ora propone una soluzione semplice: un referendum sull’euro.




– Si dice che il processo della moneta unica sia irreversibile, perciò un referendum sull’argomento non avrebbe senso. Da cosa nasce invece la vostra sicurezza?

– Esiste un precedente proprio in Italia, quando nel 1989 si chiese il parere popolare sul conferimento di un mandato costituente al Parlamento europeo, eletto nella stessa occasione: allora si approvò ad hoc la legge costituzionale 3 aprile 1989, n. 2. Inoltre la moneta unica non fa parte dei trattati fondanti dell’Unione Europea, ma solo di alcuni successivi che possono essere invalidati – peraltro qualcuno li viola o li ha già violati senza conseguenze. Quindi è possibile uscire senza compromettere l’adesione all’Ue. Ben 10 Paesi membri non hanno adottato l’euro, ma fanno parte dell’Ue. Sia chiaro: non vogliamo uscire dall’Unione, ma solo dal cappio dell’euro.

– Non temete gli effetti negativi di chi paventa un default dopo l’uscita dall’euro?

– Assolutamente no.In fallimento le famiglie italiane ci sono già oggi. Vorrei ricordare a quelli che fanno del terrorismo psicologico che l’Italia ci è già passata nel 1992, quando uscimmo dal sistema monetario europeo sperimentando poi una vivace ripresa. Allora come oggi eravamo in una condizione di cambio fisso (con una piccola banda di oscillazione) da quasi un decennio. Con noi uscì anche la Gran Bretagna, che a quanto pare ha imparato la lezione e si è ben guardata dal sottomettersi nuovamente a vincoli iniqui. L’Italia invece…

– Ha parlato di evidenti squilibri tra membri dell’Ue. Cosa pensa della scelta di Marchionne, nuovo Ad Ferrari, che sta valutando di trasferire la società in Gran Bretagna per pagare meno tasse?

– È la chiarissima conseguenza degli squilibri dell’Ue, che è un’unione di egoismi, confezionata con una cornice di regole che valgono di più per qualcuno e meno per qualcun altro. Noi abbiamo presentato in Parlamento un documento con cui chiediamo la restituzione degli “aiuti di stato” a quelle aziende che delocalizzano fuori Italia, ma dentro l’Ue.

– Sanzioni economiche alla Russia: giuste o sbagliate?

– Guardo alla mia terra, la provincia di Cuneo. A causa delle sanzioni è crollato il fatturato per l’esportazione di frutta. Negli anni avevamo costruito un canale preferenziale di export per mele e pesche, ora distrutto dalle sanzioni: che senso ha tutto ciò? È un approccio completamente sbagliato: noi siamo per trovare soluzioni diplomatiche, non per il muro contro muro che fa male a tutti.

– Una valutazione sul governo Renzi.

– L’ennesimo governo incapace di offrire soluzioni. In Piemonte, ad esempio, ci troviamo a dover gestire gli effetti collaterali e i danni provocati dalle sue riforme improvvisate, che mettono per strada 1700 dipendenti delle Province. La cura è peggio della malattia: nella legge di stabilità c’è un emendamento che rimanda tutto di un anno senza risolvere il nodo della gestione delle politiche essenziali come trasporti o gestione dei rifiuti.

– Un errore più grande deli altri di Renzi?

– Uno clamoroso: affronta i problemi nello stesso modo dei precedenti governi, cioè finisce per non cambiare nulla. Prima di insediarsi aveva bocciato la riforma Fornero, che comunque è ancora lì a fare danni, con il problema irrisolto degli esodati. Aveva denunciato la troppa pressione fiscale, ma ora la sta inasprendo (si pensi all’IVA e alle accise sui carburanti). Oggi abbiamo un presidente giovanile che sa comunicare, ma fallisce poi ogni impegno importante. Il semestre europeo ne è l’emblema negativo.

– Il sogno per l’Italia del futuro?

– Diventare un po’ più simili alla Svizzera nella partecipazione democratica. Uno Stato dove tutti i cittadini vengono chiamati puntualmente a partecipare alle decisioni, anche su scelte importanti. Si pensi ai recenti referendum su immigrazione e bilancio. Insomma, serve uno stop alle deleghe in bianco per i nostri rappresentanti e allo stesso tempo servono più italiani con voglia di partecipare, capire e controllare.

Fonte La Voce della Russia

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