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Vladimir Putin ha compreso ciò che François Hollande è stato incapace di vedere: se Damasco diventava capitale islamica nelle mani dell’Armata di Conquista (Al Nusra e soci) o dello Stato Islamico, “l’islamismo avrebbe comprovato la sua forza. E allora niente avrebbe potuto arrestare l’ondata di entusiasmo mondiale popolare che seguirebbe, e nessuna armata sarà mai lanciata all’assalto di questa città di due milioni di abitanti. Il mondo cambierà di posizione come ha fatto simbolicamente dopo la caduta del Muro di Berlino”.   Così esordisce, nello stilare il “Primo bilancio militare e geopolitico dell’intervento russo in Siria” , il generale Jean-Bernard Pinatel. Un alto grado che è stato fondatore del Groupe Permanent d’Évaluations de Situations, organo di valutazione dei rischi imminenti che affianca il presidente della République creato da Giscard d’Estaing . Una critica aperta alla politica di Hollande che viene da un ambiente militare da tempo, come vedremo, insofferente   – a dir poco –   verso l’inquilino dell’Eliseo.

Dopo aver sottolineato “l’inefficacia della strategia americana a frenare l’avanzata di Daesh nonostante 15 mesi di bombardamenti”, il generale nota che invece, “in un mese e mezzo le forze siriane appoggiate dagli aerei russi hanno ripreso quasi completamente il controllo dell’asse strategico Damasco-Hama-Aleppo e liberato l’aeroporto internazionale situato ad Est di Aleppo. Offensiva condotta essenzialmente contro le forze di Al Nusrah (Al Qaeda) che controllavano la regione tra Aleppo e Latakia dopo aver eliminato i ribelli detti moderati”.




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Putin ha riaperto, dice Pinatel, i canali di simpatia e collaborazione verso i paesi islamici saldati dall’URSS che sosteneva i movimenti di liberazione (anti-occidentali) in quei paesi, e i dittatori modernizzanti come Nasser in Egitto (fino al rovesciamento operato da Sadat nel ’72) e gli Assad in Siria, la cui alleanza e concessione del porto di Tartous risale al ’72. Con l’Iran i rapporti sono addirittura storici, risalenti allo zarismo. Soprattutto, Mosca si ha dalla sua una filosofia “eurasiatica” (oggi rappresentata, spiega, da Aleksandr Dugin) che vede nella “civilizzazione anglo-sassone, protestante, individualista, diretta dal profitto e dalla finanza” l’oppositore irriducibile della “civiltà continentale, russo-eurasiatica, ortodossa e musulmana, più solidale, e nella quale i settori strategici dell’economia sarebbero tenuti dallo Stato. Lo scopo dichiarato del movimento è di costituire un grande blocco continentale eurasiatico per lottare ad armi pari con la potenza marittima atlantista che trascina il mondo nel caos”.

Dunque, segnala il generale, questo pensiero “integra i musulmani in una visione ‘di civiltà’ comune e, a differenza dell’Occidente, non confonde Islam e islamismo”.




Oggi, dunque, “la Russia è il solo paese che può parlare a tutti i paesi musulmani quale che sia la loro obbedienza, sunnita o sciita” – non da ultimo, grazie ad un corpo diplomatico russo arabofono e che conosce da dentro le situazioni.

“Putin è riuscito nell’impresa di essere il primo capo di uno stato a maggioranza non musulmana a prendere la parola al vertice dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (ottobre 2003) che riunisce 57 stati musulmani. Facendo valere che otto repubbliche autonome (della federazione russa) portano il nome di popoli musulmani, ha ottenuto per la Russia lo status di osservatore in questa organizzazione, sostenuto in ciò all’Arabia Saudita e dall’Iran.

Quanto agli Usa, “sono in piena campagna delle primarie per le presidenziali del 2016 , come sempre, è quindi concentrata sulle questioni politiche e sociali interne. Obama, spinto dal campo democratico, vuole chiudere il suo mandato con un successo contro Daesh, ma senza rischiare che un solo soldato americano sia fatto prigioniero dallo IS. E’ dunque costretto a lasciar fare Putin nella speranza di condividere con lui le castagne che il leader russo avrà tratto dal fuoco islamista”.

Conclusione: si avvicina una “soluzione negoziata della crisi siriana” ed è la Russia che “ne tiene in mano le chiavi”, mentre la “ Francia, grazie alla politica di corta veduta di Hollande e Fabius, se n’è esclusa durevolmente”.

Speriamo che il generale abbia ragione. In ogni caso, ci ha dato una valutazione più seria di quelle che corrono, secondo cui Daesh ha attaccato “Il nostro modo di vita”, e noi dobbiamo fargli la guerra per difendere “Il nostro modo di vita”, andare ai concerti e uscire con gli amici a farsi una birra o al ristorante.

http://www.geopolitique-geostrategie.fr/premier-bilan-militaire-et-geopolitique-de-lintervention-russe-en-syrie-70663

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Quanto a Hollande, in nota, il generale Pinatel non si fa’ scrupolo di scrivere: “S’è ridicolizzato di fronte a Putin con l’affare dei Mistral (le navi militari comprate da Mosca e non consegnate su ordine Usa, ndr.). Irussi disprezzano i vigliacchi e i vassalli.(Hollande) non ha preso la misura del rischio che, se l’IS si impadroniva di Damasco, l’avvenimento farebbe passare milioni di musulmani nel Jihad. Non ha compreso niente della natura della crisi siriana e dei rischi conseguenti che la sua politica faceva correre ai francesi”.

Ora, non so se potete immaginare un altro paese dove un generale (sia pure ex) dia del vigliacco e vassallo al presidente della repubblica, accusandolo di “Non aver compreso niente della crisi siriana” e dei rischi “che fa’ correre ai francesi”: allusione ben chiara agli eccidi di Parigi. Ma come m’è capitato di dire altre volte, questa è l’Armée Française, armata nata nella Rivoluzione, fondamentalmente nazional-giacobina; è l’Armée di Napoleone – in una parola, un esercito politico, nella cui storia non manca il Brumaio (il colpo di stato  con cui l’Armée diede il potere a Bonaparte). Per di più, i comandi di questo esercito sono integrazionisti dei musulmani francesi, che vogliono nella truppa e nei suoi quadri; se c’è una cosa che teme l’Armée, ovviamente, è ovviamente essere spaccata da una guerra civile religiosa sul territorio de La Patrie. Da qui il giudizio: Hollande è un dissennato. Non merita il comando supremo.

“LA GUERRA È TROPPO SERIA PER LASCIARLA AI PUBBLICITARI”

“Piantatela di contare sull’Armata”, grida Stratediplo, un sito dell’ambiente militare, al governo Valls: l’esercito “non è una polizia” da mandare a perquisire la case di supposti jihadisti, ma il pubblico deve sapere che “La valorosa armée è svuotata. Con un tasso d’attrizione che aumenta costantemente da 25 anni (allusione alle operazioni estere in Africa) e amputata di mezzi ad ogni nuovo bilancio dal governo. A gennaio, dopo la strage di Charlie Hebdo, il governo ha voluto mettere 10 mila uomini sul territorio nazionale “ma il numero ha dovuto essere ridotto subito a 7 mila per mancanza di rincalzi”. Oggi, per mostrare l’esercito nelle strade di Parigi dopo l’attentato plurimo, per mettere sulle piazze “mille uomini, si è arrivati a mobilitare il dispositivo Guépard , due compagnie che devono esser pronte 24h/24 previsto in caso di un nuovo Kolwezi, mettendo in pericolo la vita di migliaia di francesi”. L’allusione è alla battaglia di Kolwezi ( maggio 1978) quando i commandos della Guépard, Legione Straniera, salvarono i residenti  francesi ostaggi dei guerriglieri katanghesi in una incursione a sorpresa i grandi dimensioni, in Congo. L’assalto ( in corso mentre scrivo)   all’Hotel Radisson di Bamako nel Mali, dove terroristi hanno preso 170 ostaggi francesi e belgi, rende di allarmante attualità questa nota.

https://fr.wikipedia.org/wiki/Bataille_de_Kolwezi

Il blogger con la divisa ricorda al governo che “è pericoloso utilizzare questo reliquato di esercito contro la popolazione”– facendola andare a perquisire le case musulmane, “a meno che non si cerchi davvero la radicalizzazione come pretesto per una unione sacra…Troppo grossa, per un Hollande”. Insomma smaschera la strategia della tensione operata dall’Eliseo con o senza la complicità coi jihadisti. E dice: l’Armée non vi seguirà su questa strada: “La pace è cosa troppo preziosa per essere affidata a pubblicitari”.

http://www.stratediplo.blogspot.fr/

Americani, sionisti, o chi sia in questa cosa in accordo con Hollande,  hanno fatto a Parigi una strategia della tensione di troppo? Con risultati opposti a quelli che si ripromettevano?

 

Non sono solo i gallonati francesi a dichiarare la loro stima per la politica di Putin. Ad Antalya i giornalisti russi, stupefatti, hanno visto come tutti i politici europei lo corteggiavano, dopo averlo trattato per anni da lebbroso (o Nuovo Hitler).  Di colpo, Jean Claude Juncker ha auspicato pubblicamente che “legami commerciali più stretti siano creati fra i paesi dell’UE e l’Unione Economica Eurasiatica, dove la Russia ha una gran parte”. L’Unione Eurasiatica è il mercato comune che comprende Russia, Armenia, Kazakhstan, Kirghizistan e Bielorussia. Quel mercato di 180 milioni di consumatori a cui la UE, per ordine di Washington, ha dato un calcio non molti mesi fa, ordinando di trattarlo a forza di sanzioni e di embargo per “punirlo” della pretesa “invasione dell’Ucraina” dai russi. Erano i tempi in cui  lo stesso medesimo Juncker, a nome della Commissione europea, voleva che i paesi membro mettessero in piedi un esercito comune “per far comprendere alla Russia come siamo seri quando si tratta di difendere i valori dell’Unione Europea”: non era tantissimi secoli fa, la frase è del marzo scorso 2015. Guerra! Guerra!

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Anzi no. I sorrisi di Juncker, non più preoccupato  che siano in pericolo i nostri valori, sembrano suggeriti dalla Cancelliera Merkel, come tutto. Anche lei, dopo i successi di Mosca in Siria, è presa di un subitaneo prurito di riprendere i rapporti economici. Fortuna che la Russia ha in Germania un ambasciatore, Grinin, che ha accolto con gentilezza il voltafaccia di Juncker, ricordando “i benefici per le imprese tedesche che desiderano collaborare con l’Unione Eurasiatica, uno spazio doganale unificato e con regole trasparenti d’investimento e 180 milioni di consumatori. ..Mosca non ha alcun interesse a costituire un impero russo, non vogliono il dominio di una nazione su un’altra, ma il rispetto dei diversi interessi”.

Ciò significa che i valorosi eurocrati e,i governanti europei stanno per levare le sanzioni alla Russia (che hanno danneggiato ancor più gli europei)? Piano, non così lesti ad arrivare alle conclusioni. Alle sanzioni anti-russe ha appena aderito anche l’Ucraina, o meglio il regime di Kiev: poco male e poco sensato, visto che Mosca ha risposto con un embargo sugli ortofrutticoli ucraini, il che equivale per Kiev a darsi l’ennesima zappa sui piedi. Il punto è che l’embargo di Kiev entra in vigore, come da comunicato, “il 1 gennaio 2016”. Dunque qualcuno ha detto al regime che l’embargo ha ancora molti mesi davanti.

 

Fonte: Blondet & Friends

Tratto da: www.informarexresistere.fr