Elena Trojanova, The Duran 22 dicembre 2016

Dato che inchiesta e caccia all’uomo dell’attentatore continua(va)no, ecco cinque cose da considerare.

1) La reazione di Merkel. Un attentato orrendo su un mercato di Natale a Berlino, il 19 sera, causava 12 morti e 48 feriti. La cancelliera Merkel, tuttavia, solo il giorno successivo, circa 15 ore dopo, ne parlava. “Ero sconvolta, scioccata e profondamente triste per ciò che è successo al Breitscheidplatz”. Merkel ammetteva che non aveva “una risposta semplice su come possiamo vivere con ciò che è successo”, sottolineando anche: “sarebbe particolarmente insopportabile per tutti noi se fosse confermato che un richiedente asilo abbia commesso questo crimine”. Sembra che anticipasse eventuali reazioni, dicendo che la sua politica della porta aperta sia più importante che garantire la sicurezza dei cittadini. Al momento di tale tragedia, ci si aspettavano parole di rassicurazione e un messaggio chiaro che il governo adottava tutte le misure possibili per proteggere i cittadini dal terrorismo in futuro. Invece, Merkel ancora una volta cercava di giustificare la sua politica verso i rifugiati, e il tentativo appare cinico verso i morti e i feriti dell’attentato.

2) Il tizio ‘sbagliato’. Il primo sospetto, un pachistano richiedente asilo, Naved B., veniva arrestato dalla polizia dopo che un testimone oculare l’avrebbe visto guidare il camion, lo seguì per un paio di chilometri e informò la polizia. Naved fu interrogato fino alla sera del giorno successivo, quando la polizia concluse che non vi erano prove sufficienti per trattenerlo. Secondo il giornale Tagesspiegel, Naved fu in precedenza arrestato per violenza sessuale, ma rilasciato dalla polizia. Forse le aggressioni sessuali a donne, dopo tutto, non interessano le autorità tedesche.

3) Una tessera d’identità ben nascosta. Solo il 21 mattina la polizia trovava la carta d’identità del 24enne tunisino richiedente asilo Anis Amri. Il documento trovato in un portafoglio sotto il sedile del conducente, Duldung, indica che Amri aveva chiesto asilo, ma la domanda fu respinta rendendo Amri soggetto a deportazione. Allora perché alla polizia ci vollero 40 ore per scoprire il portafoglio?



4) Una coincidenza? Anis Amri ha trascorso quattro anni in carcere in Italia per aver bruciato una scuola prima di arrivare in Germania nell’estate 2015. Secondo Spiegel, Amri chiese asilo a Kleve, Nord-Reno-Vestfalia, nell’aprile 2016. Nel giugno 2016, la sua domanda di asilo fu respinta come ‘priva di fondamento’. Proprio come altri 200000 richiedenti asilo in Germania, le cui domande di asilo furono respinte, ricevette un documento di conferma che si trattava di soggetto a deportazione, ma poteva rimanere nel Paese fino all’applicazione dell’espulsione. Un richiedente asilo respinto può essere espulso solo se ha un documento valido (passaporto o carta d’identità), e se il suo Paese d’origine collabora con la deportazione. Non era il caso di Amri. La Tunisia non ammise per mesi che Amri fosse davvero un cittadino tunisino. D’altra parte, Amri fu registrato in Germania sotto diverse identità. Il 21, due giorni dopo l’attentato, le autorità tedesche finalmente ricevettero tutti i documenti richiesti dalla Tunisia. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Dusseldorf, Ralf Jaeger, il ministro dell’Interno del NRW, si rifiutò di commentarlo, una tempistica che appare davvero sorprendente.

5) Le falle della sicurezza. Anis Amri era sorvegliato dalla polizia da diversi mesi quale simpatizzante dello SIIL. Fu comunicato alle autorità tedesche che Amri fosse collegato a un noto reclutatore dello SIIL, Abu Wala, indicato come alto rappresentante dello SIIL in Germania. Amri cercò di acquistare armi automatiche e di reclutare un complice per un attentato. Secondo Suddeutsche Zeitung, gli investigatori ebbero informazioni che Amri volesse combattere per lo SIIL in Siria e vi si fosse addestrato. E tuttavia, poté rimanere in Germania. Amri era associato ad un gruppo di simpatizzanti dello SIIL, la cui priorità era compiere attentati terroristici in Germania, perciò il viaggio in Siria fu ritardato. Uno dei piani del gruppo era uccidere poliziotti con bombe a mano. Amri fu identificato dalle autorità tedesche come ‘assai pericoloso’, arrestato all’inizio di quest’anno e rilasciato. Per diversi mesi Amri poté muoversi liberamente in tutto il Paese. Era sorvegliato dalla polizia nel Nord-Reno-Westfalia fino a febbraio, e poi a Berlino da marzo a settembre, quando il controllo fu revocato. Con Amri ancora in libertà, il pericolo di un altro attentato restava alto. Ciò che è piuttosto agghiacciante di tutta la tragedia è la domanda: quanti altri terroristi, ben noti alla polizia, sono in attesa di aggredire altre persone inermi?


Fonte: Traduzione di Alessandro Lattanzio per SitoAurora

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