http://sapereeundovere.itLa sua storia la conoscono in pochi. Coloro che la conoscono la paragonano a quella di Giuseppe Uva o di Stefano Cucchi.  E’ quella di Marcello Lonzi, morto nel carcere Le Sughere di Livorno l’11 luglio del 2003, a ad appena trent’anni.

Marcello era finito in carcere per tentato furto. Aveva quasi finito di scontare la sua pena:mancavano tre mesi alla sua scarcerazione. Eppure, quella libertà, lui la ritrovò. Morì lì, e la madre Maria lo scoprì solo il giorno dopo. Ci sono fotografie che suggeriscono un pestaggio in carcere -non adatte ad un pubblico sensibile, ma disponibili in Rete- ma tre diverse procure, nel corso degli anni, hanno archiviato il caso, smentendo la morte violenta. Per il medico legale, Marcello è morto per cause naturali, un infarto. Ed effettivamente anche il perito nominato dalla famiglia è dello stesso parere: ma cosa accadde, prima, nessuno lo sa.




Sul corpo di Marcello vennero dapprima rinvenute “un’unica frattura costale e tre lesioni occipitali, ma senza nessuna incidenza”. Poi, successivamente, un nuovo esame autoptico confutò quanto precedentemente detto: le costole rotte erano sette, e lo sterno fratturato. Per il consulente medico si trattò di conseguenze di un massaggio cardiaco. Eppure c’è ancora qualcosa che non torna: altre lesioni, tracce di vernice blu nella testa ferita, polso fratturato, mandibola rotta. Così spiega la madre, che cerca tutt’ora verità.

Inizialmente, un testimone, le disse che il figlio era caduto dal letto. Ora, un altro, un ex detenuto di Le Sughere, intervistato ai microfoni di Linea Gialla, spiega quanto sa al riguardo e ricorda l’esistenza delle “celle bianche”, stanze in cui i carcerati vengono massacrati di botte.

“C’era un detenuto accanto a me, chiedeva del dottore”, racconta l’uomo. “Una guardia fece: ‘Il dottore viene appena ha voglia’. Poi passa un’altra guardia, più giovane, che chiede: ‘Ma cosa vuole questo qui che urla, urla, urla’. Gli risposero: ‘Vuole il dottore’. Questo qua, il poliziotto giovane, si girò verso il detenuto e disse: ‘Cosa vuoi che ti curiamo noi, come si è fatto al Lonzi?’. E io questo l’ho dichiarato al pm”.




“A Livorno esistono le cosiddette celle lisce”, ha poi proseguito il testimone. “Sono celle in cui non c’è né il letto né altro. Solo un materasso in terra. È lì dove ti menano. A me hanno spaccato i denti davanti solo per essere tornato con dieci minuti di ritardo da un permesso. Quando sei giù all’isolamento prendono il telefono e dicono: ‘Mi mandi la squadretta?’. Vengono in quattro, cinque, sei. E vengono con le tute mimetiche, gli scarponi, i manganelli, i sacchi pieni di sabbia. E te le danno anche con quelli. Perché all’esterno non vedi l’ematoma, con quelli”, ha concluso.

FONTE www.articolotre.com