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877NEW YORK  – La grave stagnazione europea – scrive oggi il New York Times – ha riportato economisti e investitori a interrogarsi riguardo la tenuta e addirittura la sopravvivenza del progetto dell’euro. La moneta unica fondata nel 1999 soffre ancora oggi di gravi falle sistemiche che ne tormentano i tutori politici, e che sono emerse con dolorosa chiarezza lungo l’iter che questa settimana dovrebbe portare la Banca centrale europea a annunciare un tardivo e controverso programma di alleggerimento quantitativo.

La riluttanza dei paesi piu’ ricchi dell’eurozona a condividere il denaro dei contribuenti coi paesi economicamente in maggior difficolta’ impedisce il cambiamento: aggiustare l’euro, approfondisce il New York Times, sarà questione di anni, e soltanto a patto che la volonta’ politica regga e tenga a bada gli effetti dei sacrifici imposti ai cittadini dell’unione monetaria.




Il rischio è che gli elettori voltino in massa le spalle a un progetto che aveva promesso prosperità, e che invece sembra aver portato l’opposto: povertà e disoccupazione. Gli economisti sottolineano spesso come l’euro manchi di un bilancio unico: una banca centrale deve elaborare una politica monetaria per 19 economie diverse tra loro; quando una tra esse subisce un colpo, non esiste meccanismo compensativo che consenta di soccorrerla.

E tutti i migliori analisti economici concordano, aggiunge il New York Times: “Un bilancio condiviso e’ la componente piu’ importante tra quelle mancanti, e spiega perche’ l’eurozona sia cosi’ fragile”sostiene ad esempio Paul De Grauwe, professore della London School of Economics e autore di “L’Economia dell’unione monetaria”, che pero’ puntualizza: “L’unione fiscale si puo’ conseguire solo attraverso l’unione politica, perche’ per dirigere tasse e spesa e’ necessaria una istituzione sovranazionale”. Qualcosa di simile allo Stato federale statunitense per i 50 Stati dell’Unione.

E cosi’ paesi come la Grecia, anche se soccorsi dai suoi vicini, devono acconsentire a misure draconiane di taglio della spesa che “non fanno che rafforzare ulteriormente la recessione”. Proprio questo genere di pressione, scrive il quotidiano, e’ uno dei fattori che piu’ contribuiscono a tenere l’economia europea ferma al palo e la disoccupazione a livelli troppo elevati, specie se a quanto detto si aggiunge, per paesi come la Grecia, l’assenza del “cuscino” di una valuta nazionale, che svalutandosi potrebbe sostenere la competitivita’ del paese senza intervenire ancor piu’ pesantemente sul costo del lavoro.




Nell’eurozona, spiega Simon Tilford, “il costo dell’aggiustamento ricade interamente sul lavoro. Politicamente, si tratta di una base piuttosto precaria per una valuta”. Dalla crisi del 2009 l’eurozona ha istituito un fondo di salvataggio e rafforzato le regole di bilancio; ma nell’ultimo trimestre dello scorso anno, l’eurozona e’ cresciuta appena dello 0,2 per cento e la bassissima inflazione, temono alcuni, potrebbe protrarsi per anni o decenni a causa di una debolezza economica e di uno scarso potere d’acquisto che interventi di espansione monetaria non potranno certo risolvere in misura strutturale. I problemi, insomma, sono politici, e la loro soluzione non e’ in vista proprio perche’ a mancare, nonostante la retorica, e’ la volonta’ politica.

Il grande giornale americano – da sempre nel campo democratico della politica Usa – non fa sconti all’euro. E speiga che così com’è può solo sbriciolarsi.

Fonte: Redazione Milano de www.ilnord.it