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Quando qualcuno prova a mettere in dubbio una notizia fatta circolare da mass media e istituzioni, viene subito etichettato come “complottista”.

Questa è diventata la nuova moda degli incapaci che, non riuscendono ad argomentare, provano a fare i sarcastici e scrivono “gomblotto!” o “bufala!” nei commenti dei vari social network credendo, così, di apparire scaltri e/o simpatici.




Fortuna che non c’era internet nel 1990 quando tutti i mass media e le istituzioni spacciarono per vera questa notizia: i soldati iracheni entravano negli ospedali del Kuwait, prendevano i neonati dalle incubatrici e li buttavano per terra, lasciandoli morire sul pavimento.

La notizia era stata data da Nayrah, una giovane infermiera che, mentre raccontava ciò che aveva visto, piangeva disperata. Era il 10 ottobre 1990.

Sono passati 25 anni da allora e oggi, che su internet è facilissimo reperire queste informazioni, ancora esistono gli anticomplottisti, gente talmente incapace di distinguere la verità dalla menzogna da credersi perfino furba, facendo della loro ignoranza una bandiera.




La testimonianza di quell’infermiera scioccò il mondo occidentale al punto giusto tanto che proprio grazie al video di Nayrah, mostrato da tutte le tv e commentato dai vari giornalisti, gli Stati Uniti poterono bombardare tranquillamente l’Iraq.

Secondo una ricerca guidata da Beth Osborne Daponte (riportata anche da Wikipedia) solo tra i civili iracheni morirono 100 000 persone. Centomila innocenti fatti esplodere sotto le bombe degli alleati. Quelle bombe erano anche le nostre dato che l’Italia partecipò con i suoi tornado a due operazioni: Operazione Desert Shield e Operazione Provide Comfort.

Se a quei tempi ci fosse stato internet, gli anticomplottisti avrebbero preso in giro con i loro commenti idioti tutti quegli italiani che non si fidavano dei media e delle autorità. Avrebbero creduto anche alla testimonianza dell’infermiera e ne avrebbero difeso la veridicità, diventando complici involontari del genocidio di 100mila civili iracheni.

Terminato il conflitto, la storia di quelle atrocità non trovò nessuna conferma da parte dei medici che lavoravano presso l’ospedale in cui i fatti si sarebbero dovuti svolgere. Nayrah, in realtà, non era un’infermiera, ma la figlia quindicenne dell’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti – Saud Nasir al-Sabah, membro della casa reale del Kuwait – e la sua testimonianza venne organizzata dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill and Knowlton: “…che ricevette un compenso di 10 milioni di dollari per aver presentato così il caso Kuwait”.

Questa è solo una delle tante menzogne che da decenni ci raccontano governi e giornalisti. Eppure la gente continua a credere alle versioni ufficiali e a prendere in giro noi, poveri “gomblottisti”.

Oggi, 9 ottobre 2015, a 25 anni esatti da quella testimonianza che causò la morte di migliaia di famiglie, vogliamo che gli anticomplottisti rivedano quell’infermiera e, magari, si rendano un po’ conto della realtà in cui vivono. Perché se la prima volta si può essere complici involontari, dopo 25 anni comincia a venire qualche dubbio sulla buona fede…

Ndr ATTENZIONE: le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra sensibilità

Fonte: www.kevideo.eu