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1096L’Ucraina non ha mai ricoperto un ruolo importante nei giochi di potere che governano la politica mondiale. Eppure, negli ultimi 12 mesi, lo Stato di Kiev è stato catapultato improvvisamente al centro degli interessi delle superpotenze mondiali, trovandosi a dover rivestire il ruolo di ago della bilancia di profondi interessi socioculturali che a fatica hanno mantenuto un pacifico equilibro.

L’Ucraina, nata nel 1991 dopo la definitiva caduta dell’Unione Sovietica, ha da sempre cercato di manifestare la propria indipendenza, cercando di soffocare la grande etnia (circa il 35%) di russi, o russofoni, che abitano sul territorio rimarcando una naturale differenza culturale che pare essere sempre più incolmabile, arrivando addirittura a negare qualsiasi legame passato con la Russia. Questo divorzio fra le due nazioni è al limite del paradosso: basti pensare infatti che l’Ucraina, al momento del distacco e della proclamazione di indipendenza, non solo ha lasciato il fardello dei debiti accumulati negli anni sulle spalle della neonata Federazione Russa, ma ha fatto cadere sotto il medesimo governo anche la Repubblica Autonoma di Crimea.




Sarebbe stato naturale quindi, anche per puro senso di riconoscenza, cercare di rendere omogenee le differenze etniche in seno al paese, ma ciò non è avvenuto. Anzi, le intromissioni nei problemi interni ucraini da parte degli stati europei e degli Stati Uniti hanno fomentato la discriminazione e le differenze fra le varie etnie che rivendicano ora i propri diritti. In tutto ciò, Mosca non poteva certo giocare il ruolo di spettatore passivo. Quello che è accaduto a Kiev ha quindi spinto il popolo a battersi per una reale divisione territoriale, che vede una etnia di lingua russa che vorrebbe ritornare a quella che fu un tempo la madre patria, mentre la restante maggioranza, che sostiene il Governo di Kiev, cerca di soffocare questa lotta intestina con ogni mezzo, primo fra tutti l’eliminazione dalla Costituzione della lingua russa come seconda lingua ufficiale del Paese, mettendo così alle corde quelli che la propaganda ama chiamare “filorussi” e portando a compimento quel fenomeno di espansione linguistica denominato “Ucrainizzazione”.

Ma che interessi avrebbe avuto la Federazione Russa a rompere gli equilibri ed accettare, il 16 Marzo 2014, l’ingresso nel proprio territorio della ex Repubblica Autonoma di Crimea, tramite un regolare referendum popolare indetto in conformità alle norme internazionali? Il legame fra Mosca e la Crimea ha una storia che affonda le proprie radici nel 988, anno in cui il Principe Vladimir, introduttore e diffusore del Credo Ortodosso nel territorio dell’antica Rus’, l’odierna Russia, viene battezzato proprio in Crimea.

Nel XVIII secolo, al termine della Guerra fra l’Impero Russo e quello Turco (1787—1792), la costa del Mare d’Azov ed una parte della costa del Mar Nero passarono sotto il Governo dell’Impero Russo, mentre la Penisola della Crimea ottenne uno statuto speciale diventando dapprima uno Stato indipendente sotto il protettorato Russo ed in seguito parte integrante della Russia.




Nel 1954, a causa della grave situazione economica del dopoguerra e, a detta di molti, per motivi personali di Nikita Krushov, l’Unione Sovietica decise di trasferire la penisola sotto il controllo del governo ucraino. Nel 1991 però ci fu il primo dissenso politico che portò il Consiglio Supremo della Repubblica Autonoma a chiedere l’indipendenza, dovendo poi desistere a causa delle pressioni esercitate dal Governo centrale. Nel 1994, con la vittoria alle elezioni del leader filorusso Leonid Kuchma, il popolo sperò nuovamente in una possibile separazione, ma ciò che avvenne fu una reazione opposta delle regioni del sud-est del Paese. Nel 2013, con il colpo si Stato di Kiev, l’intromissione occidentale e la successiva cancellazione della tutela della lingua Russa, si è verificata una totale rottura fra est ed ovest facendo compiere all’Ucraina un salto nel buio, dando vita ad una guerra civile con ripercussioni politiche mondiali.

La reazione era prevedibile: il 16 marzo del 2014 la Repubblica Autonoma della Crimea ha portato a termine il referendum per l’adesione alla Federazione Russa che a sua volta, con la propria presenza militare ed affiancata da molti osservatori stranieri, ha garantito la sicurezza durante il voto al referendum. Tutte le procedure si sono svolte in conformità con le norme internazionali. Così il referendum ha sancito, con una schiacciante vittoria, l’adesione alla Federazione Russa. La presenza militare russa in Crimea non è storia di oggi come ci è stato proposto dai media: a Sevastopoli, infatti, esiste da sempre una base navale russa che può ospitare un contingente massimo di 25.000 militari grazie ad un accordo stipulato fra gli Stati ai tempi dell’ex Unione Sovietica.

Oggi la Crimea è un polo nevralgico dove si incontrano diverse culture ed avvengono importanti scambi commerciali alimentando interessi politici ed economici. Alla luce dei fatti, ci si sarebbe aspettato da parte dell’Europa un riconoscimento della Crimea come parte integrante della Federazione Russa. Invece, contro ogni saggia previsione, con voce unanime l’Unione Europea vi si contrappone, contravvenendo a quelle più elementari regole del buon senso che farebbero prendere le distanze dal governo ucraino, ormai dipendente delle minoranze nazionaliste sostenute dal Governo statunitense e che commettono ogni giorno crimini riconosciuti e denunciati anche dall’OSCE contro le popolazioni dell’est.

Con la complicità della sua classe politica, l’Europa ha mostrato di non conoscere la storia ucraina ed ha perfino violato i diritti fondamentali dell’uomo e dei principi che è nata per preservare, come il diritto all’autodeterminazione dei popoli (a parte quello del Kosovo e non si sa perché) e la tutela dei diritti di tutte le minoranze. Piazza Maidan, a Kiev, non ha segnato solo il punto di rottura fra est e ovest del paese, ma è uscita dai confini e ha segnato indelebilmente il punto di rottura fra i cittadini europei e l’inadeguata classe politica che li governa.

Anya Stepanova e Angelo Mandaglio

Fonte www.byoblu.com