1966di Roberto Gava

È noto che l’Italia è impegnata già da alcuni anni nella diffusione gratuita del vaccino contro il Papillomavirus, prima alle femmine adolescenti e ora anche ai maschi (in alcune Regioni).




Ci sono però molti dubbi scientifici sulla utilità e innocuità di questo vaccino, a cui si aggiungono anche grandi perplessità economiche, perché si stanno spendendo milioni di euro all’anno per questa pratica preventiva con la conseguente sottrazione di risorse ad altre necessità ben maggiori.

In questi giorni, AsSIS ha lanciato un appello per la sospensione di questa vaccinazione e ha quindi riaperto il problema.

Tra le varie perplessità scientifiche sollevate in tutto il mondo da questa vaccinazione, ricordo essenzialmente (cfr. il testo“Vaccinare contro il papilloma virus?”):




1) Il Papillomavirus (HPV) è un virus umano molto comune che si ritrova molto facilmente nei genitali femminili, anche indipendentemente dai rapporti sessuali (può anche essere trasmesso dalla madre al neonato durante il parto).

2) Nella maggior parte dei casi l’infezione da HPV è asintomatica o produce alcune verruche cutanee o condilomi genitali; lo sviluppo di uno stadio tumorale benigno è raro e l’evoluzione verso un tumore maligno è eccezionale, rispetto la numerosità dei casi infetti.

3) Esistono circa 120 tipi di questo virus e solo 12 di essi sono potenzialmente cancerogeni, ma la loro cancerogenicità si manifesta solo in certe condizioni e in particolare se il sistema immunitario della persona è depresso.

4) In ogni caso, anche una infezione HPV con un tipo virale potenzialmente cancerogeno regredisce spontaneamente nel 90% dei casi entro 2-3 anni dalla diagnosi. In un 9% dei casi, invece, il virus convive per tutta la vita del soggetto che lo ospita senza causare disturbi (in questi casi il test per l’HPV sarà positivo, mentre il Pap-test risulterà sempre negativo).

5) Solo nell’1% dei casi può esserci la progressione dell’infezione verso una lesione precancerosa e, in una percentuale ancora inferiore e in tempi molto lunghi (anche 20-50 anni), verso lesioni cancerose vere e proprie.

6) Diversamente da quanto accade nei Paesi poveri del Terzo Mondo, dove il tumore del collo dell’utero è più frequente e quindi anche più mortale a causa di minor igiene, sistema immunitario più debole per cattiva alimentazione e assenza di controlli ginecologici con Pap-test, nei Paesi industrializzati il carcinoma del collo dell’utero da HPV è in graduale e continua diminuzione e, se ogni donna dopo i 30 anni si sottoponesse ad un semplice Pap-test ogni 3-4 anni, questo tumore sarebbe debellato, perché verrebbe diagnosticato per tempo ed eliminato con un semplice intervento ambulatoriale.

7) Il vaccino anti-HPV (sia quello bivalente che quello tetravalente) stimola il sistema immunitario a formare anticorpi contro 2 dei 12 tipi potenzialmente cancerogeni di HPV: sono i due tipi più frequenti, ma sono solo 2 e quindi l’effetto protettivo del vaccino, anche se fosse del 100% verso questi due tipi, in ogni caso è dello 0% verso gli altri 11 tipi.

8) Allo stato attuale, sono ignote l’efficacia del vaccino nell’impedire l’insorgere del tumore della cervice uterina; è ignota la durata della protezione vaccinale (con il paradosso che questa possa terminare proprio quando i soggetti vaccinati entrano in contatto con l’HPV); è ignoto se il vaccino determini una pressione selettiva sugli genotipi di HPV con la conseguente attivazione verso una maggiore o potenziale cancerogenicità; sono ignote la sicurezza del vaccino sul lungo periodo e la frequenza di eventi avversi gravi (già ampiamente documentati anche dal VAERS .

9) È ignoto il motivo per cui questa vaccinazione è stata permessa con una procedura di approvazione anticipata (a questo farmaco mancava ancora la fase III di sperimentazione e quindi era privo della dimostrazione scientifica della reale efficacia e non nocività, che è stata inspiegabilmente demandata alle ASL che lo stanno sperimentando a nostre spese sulla popolazione pediatrica).

10) Esiste il rischio di fornire agli individui vaccinati una falsa sicurezza, causando una riduzione dell’adesione all’intervento di screening con il Pap-test; intervento che è invece di provata efficacia, di minor costo in termini di riduzione dei casi e delle morti legate al tumore della cervice uterina, ma che ha il difetto di non permettere il lucro che ha invece una vaccinazione di massa.

In conclusione, la campagna pubblicitaria secondo cui il vaccino contro l’HPV sia capace di impedire lo sviluppo di tutti i carcinomi della cervice uterina, non è corretta. La pressante attività di marketing esercitata dalle Ditte produttrici, iniziata già prima dell’autorizzazione alla commercializzazione del vaccino e fattasi ancora più pressante ora, ha reso difficile una valutazione serena del problema, sia dal punto di vista scientifico che politico-sociale.
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Fonte: www.informasalus.it