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Ormai viviamo in uno stato di polizia tributaria. È entrato in funzione, infatti, il grande fratello che potrà spiare all’interno dei nostri conti correnti. Oltre alla giacenza e ai movimenti potrà conoscere i dati su investimenti, carte di credito e bancomat, ricarica di carte prepagate, accessi alle cassette di sicurezza. Come dire che il cittadino sarà nudo (finanziariamente parlando) di fronte allo Stato. Tutto questo viene giustificato con la necessità di lotta all’evasione. Facile immaginare che non funzionerà così come non hanno funzionato tutti gli altri sistemi . Esistono e teoricamente sono feroci: studi di settore, blitz contro la mancata emissione di scontrini e ricevute, redditometro, spesometro, il 117 di pubblica utilità della Guardia di Finanza. E, ancora, Serpico (super cervellone che registra decine di migliaia di informazioni al secondo per mettere a confronto dichiarazioni dei redditi, polizze assicurative, informazioni del catasto, del demanio, della motorizzazione), metodologie di controllo delle Pmi e dei lavoratori autonomi, limite all’utilizzo dei contanti fino a 3.000 euro, utilizzo del Pos per le transazioni commerciali, fattura elettronica, reverse charge (l’obbligo del versamento dell’Iva da parte del cliente). Insomma per il contribuente disonesto non ci dovrebbe essere via di scampo.



Invece l’evasione, almeno a parole, resta una piaga endemica dell’Italia. Che cosa c’è che non funziona? Molto semplice: chi evade continua a farlo e non saranno certo le nuove restrizioni a fermarlo. Il grande fratello fiscale, se vuole, già oggi può scrutare la nostra vita. Basterebbe consentire lo scambio continuo delle informazioni tra le diverse banche dati. Invece in Italia accade una cosa molto strana: il fisco chiede sempre più informazioni ma le usa male. Perché? Perché, probabilmente, una certa dose di evasione fiscale viene considerata inevitabile. Per esempio nel sud: se davvero tutti fossero costretti a pagare le tasse il sistema meridionale andrebbe incontro ad un altro collasso. E allora a che serve controllare i conti correnti se poi le informazioni avranno scarso utilizzo? Noi abbiamo sempre un grande sospetto. Che tutto questo sia legato all’euro e alla necessità per lo Stato di avere immediatamente a disposizione lo strumento per la patrimoniale. Un dubbio che l’andamento del debito pubblico rende sempre più forte. Il regime di polizia tributaria serve a questo: al momento opportuno neanche un centesimo deve poter scappare.

Fonte: uneuropadiversa.it

Tratto da: www.informarexresistere.fr

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